L'acconciatura nella Roma anticaNelle acconciature -come più in generale nella moda- dell'antica Roma è necessario analizzare separatamente l'età repubblicana e quella imperiale. Mentre la prima è caratterizzata ancora dalla severità della tradizione romana arcaica, la seconda, ricca degli agi e delle raffinatezze giunte dalla civiltà egizia, ellenica ed orientale, risulta più frivola, più sensibile alle mode e più rapida nei cambiamenti di costume.
Nella prima età repubblicana sia nelle acconciature maschili che in quelle femminili domina la semplicità. Per gli uomini l'uso di radersi e tagliarsi i capelli, portandoli semplici e senza scriminature, si diffuse lentamente. Inizialmente, fino al III secolo a.C. barba, baffi e capelli incolti furono la norma, mentre a partire dalla tarda età repubblicana la barba rimase a caratterizzare solo i filosofi (se portata lunga) e la classe sociale più umile. I giovani raffinati, raggiunta la maggiore età erano soliti radersi il viso e tenere i capelli corti, arricciandoli sulla fronte con il
calamistrum, un ferro arricciacapelli da scaldare sul fuoco, già in uso presso i greci e gli etruschi e che -possiamo immaginare!- produceva spesso sulla chioma danni notevoli. La pettinatura realizzata arricciando le ciocche sulla fronte perdurò a lungo ma subì comunque l'influenza dei modelli della raffinata ritrattistica ellenistica. La capigliatura di ciocche morbide, gonfie e ricurve che si dipartono a raggiera dalla sommità del capo torna poi, sebbene con qualche variante, nei ritratti di Augusto.
L'influenza dei costumi ellenistici si fece sentire anche sulle pettinature femminili, come dimostra il successo della cosiddetta
pettinatura a melone, assai diffusa nel mondo greco e riproposta a Roma con molteplici varianti, come è possibile notare attraverso i diversi ritratti femminili romani databili intorno al I secolo a.C.
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Un'altra pettinatura femminile tradizionale di età repubblicana che le matrone romane portarono per lungo tempo anche nell'età imperiale è la
pettinatura all'Ottavia, così chiamata per via di un ritratto rinvenuto a Velletri forse proprio di Ottavia, sorella di Augusto e moglie in seconde nozze di Marco Antonio. L'acconciatura si richiama ai severi modelli di età repubblicana e Marina Sapelli, nel suo articolo "L'acconciatura maschile e femminile" in età romana" la descrive con le seguenti parole:
La massa di capelli è trattata in modo da formare sopra la fronte un piccolo ciuffo che si raccoglie in una trecciolina, che si congiunge a sua volta alla crocchia formata all'altezza della nuca da una serie di piccole trecce; gli altri capelli sono portati indietro, sotto due bande lisce che partono dal sommo del capo, coprono la trecciolina mediana e scendono all'altezza delle orecchie, che sono scoperte; attorcigliandosi in due cordoni, si riuniscono sotto la crocchia, mentre gli altri capelli sono legati con le due trecce a formare la crocchia rotonda posta sopra la nuca; due piccole ciocchette scendono davanti alle orecchie e due più lunghe dalla nuca sul collo, ai lati. Marina Sapelli, "L'acconciatura maschile e femminile in età romana", in AA.VV., Moda, costume e bellezza nella Roma antica, Milano, Mondadori Electa S.p.A 2004, pag. 20 e sgg.Anche Livia, moglie di Augusto, adotterà
l'acconciatura all'Ottavia, caratterizzata dai capelli ondulati sulle tempie e dal
nodus sulla fronte. Le acconciature delle donne della famiglia imperiale, attraverso la monetazione, i busti esposti nei luoghi pubblici e la ritrattistica, giunsero a dettar moda in ogni angolo dell'impero.



Un'ulteriore evoluzione dell'acconciatura femminile è dato dalle ampie cornici di riccioli che iniziano a prendere posto nelle acconciature dell'elité a partire dall'età di Nerone (54-68 d.C.) per furoreggiare poi durante l'età flavia (69-96 d.C.). In epoca neroniana si ripropone la
pettinatura all'Ottavia in numerose varianti, per esempio con due trecce laterali che si uniscono sulla nuca, legate da un'altra treccia più piccola, mentre sulla fronte e sui lati scendono i riccioli ad incorniciare il viso. Il busto qui sotto raffigurato, presumibilmente di Poppea Sabina, una delle mogli di Nerone, presenta diverse fasce di riccioli piatti di diverse dimensioni, due lunghi boccoli laterali ed un nodo di capelli sulla nuca. Le corone di riccioli richiedevano spesso l'utilizzo di toupet posti su più file che durante il regno di Domiziano (81-96 d.C.) divennero veri e propri diademi di boccoli di notevole altezza. La pettinatura caratterizzata da questi alti cuscini di riccioli venne chiamata
alla Giulia di Tito. Persino i busti marmorei erano dotati di veri e propri toupet che potevano essere cambiati a seconda della moda del momento. Anche nelle acconciature maschili i riccioli andavano per la maggiore e Nerone era solito acconciare i capelli arricciandoli per creare dei boccoli di lunghezza graduale.

Il diadema non era solo di riccioli ma poteva essere anche di metalli preziosi, come dimostrano queste immagini:
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Grazie all'evolversi delle mode e all'influsso ellenistico, pettinarsi divenne man mano un compito sempre più complesso, al punto da richiedere l'aiuto dell'
ornatrix, un'acconciatrice formatasi nella professione all'interno della
familia (e quindi una schiava) o presso la bottega di un maestro, dalla quale si recava presso la signora su appuntamento. I rapporti tra la signora e la sua acconciatrice spesso non erano dei più felici, come racconta Marziale in
Epigrammi II,66:
Unus de toto peccaverat orbe comarum
Anulus, incerta non bene fixus acu.
Hoc facinus Lalage speculo, quo viderat, ulta est,
Et cecidit saevis icta Plecusa comis.
Desine iam, Lalage, tristes ornare capillos,
Tangat et insanum nulla puella caput.
Hoc salamandra notet vel saeva novacula nudet,
Ut digna speculo fiat imago tua.Le donne romane usavano per la bellezza dei propri capelli molti accorgimenti attuali ancora oggi. Chi lo desiderava poteva tingersi i capelli: le possibilità cromatiche erano molte. Dall'Egitto e dall'oriente giungeva l'henné rosso: foglie tritate di
Lawsonia Inermis che donavano alla capigliatura un colore rosso variabile a seconda della base naturale dei capelli su cui veniva applicato. Tra i tanti metodi utilizzati nel corso dei secoli dalle donne per prendersi cura della propria chioma e ravvivarne il colore, lìhenné rimane il più famoso e forse il più antico. Anche le donne egiziane lo utilizzavano per donare alla pelle, alle unghie e ai capelli un colorito rosso che, richiamando il fuoco, costituiva un raffinato strumento di seduzione. era inoltre una pianta apprezzata per le sue qualità antisettiche. Il colore belga, batavo o germanico (un biondo più o meno rossiccio) era molto richiesto dalle donne romane e spingeva le signore ad imitare le miscele bretoni e batave per modificare il colore della propria chioma. Per ottenere capelli color nero corvino si mescolava grasso di pecora e antimonio, per averli biondi si ricorreva alla
pila mattiaca, chiamata così in quanto proveniva dalla città di
Mattium, al
sapo e alla
spuma batava (cit. da Roberto Zoffoli http://www.gate.it/ritagli/acconciatureromane.htm). Queste tinture spesso non erano sane e gli stessi medici erano reticenti nell'intervenire, poiché molti dei prodotti cosmetici usati dalle donne romane erano effettivamente pericolosi. Galeno sembra disposto a cedere e ad intervenire con questi prodotti solo se la cliente lo persuade di voler tingere i propri capelli bianchi in onore alla posizione sociale del marito
(cit. in D. Gourevitch - M- T- Raepsaet- Charlier, La donna nella Roma antica, Milano, Giunti 2003, pag. 16). Anche l'uomo si tingeva la chioma (solitamente di nero) al sopraggiungere dei primi capelli bianchi, e per rimediare alla calvizie -oltre al ricorso ad inefficaci lozioni spacciate per "miracolose"- era già in uso il classico riporto o, nei casi più gravi, la tintura della pelle della testa con il nerofumo, per dare da lontano l'impressione di una capigliatura scura. L'uso sconsiderato di queste sostanze tintorie, sommato a quello altrettanto sconsiderato del
calamistrum, provocava spesso una copiosa caduta di capelli cui era necessario ovviare attraverso l'ultilizzo di parrucche. Esse erano fatte per lo più di capelli naturali, soprattutto di donne germaniche. Ovidio fornisce interessanti notizie riguardo questi usi femminili in più punti delle sue opere:
Ora la germania ti manderà capigliature di schiave e tu sarai tranquilla per dono di un popolo su cui celebrammo il trionfo (Ovidio, Amores I,XIV, 45-46) e nell'
Ars Amatoria l'autore indica anche dove trovare questi toupet:
L'età spietata ci strappa i capelli: cadono tutti come foglie al vento. Con erbe di Germania fa sparire la donna ogni canizie: la sua chioma più bella è tinta che se fosse vera. Eccola, incede con la testa folta di capelli comprati: ha fatto suoi, per quelli che non ha, quelli di un'altra. Né si vergogna di comprarli in luogo ben noto a tutti: ognuno può vederli venduti al foro sotto gli occhi d'Ercole o sotto il coro delle Muse vergini (Ovidio, Ars Amatoria, III, 244-255).
E' interessante riportare i consigli dati da Ovidio per valorizzare al meglio il proprio viso grazie all'acconciatura
(Ibid. III, 200-230):
Ciò che ci avvince è semplice eleganza.
Tenga la donna in ordine i capelli:
sono le mani a dare bellezza,
sono le mani a toglierla. In più modi
si possono adornare: tra le fogge,
scelga quella più adatta, e per consiglio
si rivolga allo specchio: un viso lungo
vuole soltanto la scriminatura
su fronte sgombra, priva d'ornamenti;
così si pettinava Laodamia.
Viso rotondo esige che i capelli
raccolga un nodo in alto, onde scoperte
rimangano le orecchie. Un altro viso
vorrà le chiome sciolte sulle spalle:
così le sciogli tu, Febo canoro,
sull'una spalla e l'altra, quando impugni
la lira d'argento ed alzi il canto.
Li porti un'altra uniti come Diana
quando succinta insegue nella selva
le fiere spaventate. A questa ancora
convengono rigonfi, all'altra tesi
ed aderenti; all'una piace ornarli
con la spilla di testuggine cillenia
all'altra d'ondularli con movenza
simile a fluttuante onda marina.
Ma come non potresti enumerare
le ghiande d'una quercia, né sull'Ibla
l'api infinite, o in cima ai monti i lupi,
così nessuno potrà mai contare
le mille acconciature; ad ogni giorno
mille ancora ne nascono diverse.Oltre che alle parrucche le donne romane ricorrevano anche a ciocche posticce che avevano il compito di completare l'acconciatura che veniva poi fermata con l'aiuto di retine, nastri e spilloni d'oro, d'argento, d'avorio, di osso... Roberto Zoffoli -nell'articolo precedentemente citato- descrive anche l'uso delle spiraline d'oro e d'argento che, scendendo dalle tempie come un boccolo, sembravano ruotare su se stesse con il movimento della persona. Si usavano anche retine in filo d'oro per trattenere l'intera chioma o una parte di essa.
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La moglie di Traiano, Plotina, sarà darà l'avvio alla moda di capelli acconciati appunto
alla Plotina: le variazioni erano notevoli, ma l'effetto sempre piuttosto esagerato: ventagli verticali di capelli che correvano da un orecchio all'altro terminanti con riccioli laterali ad incorniciare il viso, acconciature alte e appuntite simili ad una tiara, pettinature simili, all'apparenza, a schienali di sedia poggiati sulla testa..
Durante il regno di Adriano (117-138 d.C.) venne reintrodotto nel costume maschile romano l'uso di barba -ordinatamente arricciolata- e baffi, che caratterizzò poi l'iconografia degli Antonini (138-192 d.C.) e di Settimio Severo. Le acconciature delle donne di età antonina (Faustina Maggiore, Faustina Minore, Lucilla, Crispina...) ripresentano numerose varianti dell'
acconciatura a melone, con capelli ondulati sulle tempie e ripartiti sul retro in molteplici trecce raccolte in matasse.
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LA pettinatura di Crispina (quarta foto della serie qui sopra) con riga centrale, capelli bipartiti gonfi ed ondulati, viene ripresa e sviluppata dalla seconda moglie di Settimio Severo, Giulia Domna.
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In generale si può dire che le donne dell'elité proseguirono fondamentalmente la moda delle trecce di varia dimensione raccolte sulla nuca con l'aiuto di elementi posticci. Ad accorgimenti "d'effetto" ricorrevano anche gli uomini tanto che Commodo era solito cospargersi la chioma con polvere d'oro per creare, sotto la luce del sole, l'effetto di un'aureola divina
(cit. da Roberto Zoffoli op. cit.). Chi non poteva permettersi questi lussi, proprio come accade oggi, cercava di imitare la moda del momento con accorgimenti di vario genere, nel tentativo di adeguarsi alle ultime tendenze in fatto di stile.
A caratterizzare l'iconografia femminile del III secolo è
l'acconciatura ad elmo, sfoggiata inizialmente da Plautilla, moglie di Caracalla (211-217 d-C-) e venuta definitivamente di moda dal 240 d.C.
(M. Sapelli, "L'acconciatura maschile e femminile in età romana", op.cit., pag. 25). I capelli sono raccolti in torciglioni concentrici che dalla nuca risalgono in forma di treccia o torciglione per essere poi fissati sulla sommità del capo in modo da essere visibili anche frontalmente.
L'acconciatura ad elmo sarà di moda, con numerose varianti, fino all'età di Costantino (306-337 d.C.) ma ad essa si affiancheranno, proprio come accade al giorno d'oggi, numerosi ritorni alle mode precedenti. In generale, come fa notare M. Sapelli, l'introduzione di reti, corone e diademi riccamente ornati favorì un "irrigidimento" dell'acconciatura via via maggiore e destinato a durare anche nel gusto delle dame del IV e V secolo.
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In conclusione, qualsiasi fosse nella Roma antica lo status sociale della donna, la cura della propria bellezza, che includeva ovviamente anche la cura dei propri capelli ed il ricorso ad acconciature più o meno ricercate, era un'occupazione di notevole importanza. Le chiome, oltre ad essere acconciate, venivano anche profumate con essenze come nardo, mirto e spezie. Raramente si poteva vedere una "donna perbene" con i capelli sciolti. A questo proposito scrive sempre Ovidio:
finché ti adorni, schiva sguardi indiscreti. O mostra al più le chiome ancora sciolte, se lucenti t'inondano le spalle (Ovidio, Ars Amatoria III, 361-364) e continua poi affermando l'importanza dei capelli come elemento imprescindibile della bellezza femminile:
brutto a vedersi è un caprone scornato, brutto è un campo spogliato, senza fronde brutta una pianta: similmente è orribile una testa di donna priva di capelli (Ovidio, Ibid. 382-385).
Per riassumere e mostrare le variazioni in uso durante l'epoca romana, offrire alcuni spunti e rendere l'idea delle infinite variazioni, verranno riportate qui di seguito alcune immagini prese dal web (dove possibile la fonte è riportata nella sitografia) e dalle tavole di A. Racinet.
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E' possibile oggi riprodurre queste acconciature?Alcune di queste acconciature (quantità e lunghezza dei capelli permettendo, senza ricorrere anche noi a toupet!) sono -se abbiamo ovviamente qualcuno disposto ad aiutarci!- realizzabilissime, dalle più complesse alle più semplici, come dimostrano alcune foto:
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Qui con l'aiuto della parrucchiera ho provato a realizzare un'alzata frontale con un incrocio di trecce:
http://capellidifata.it/forum/index.php/topic,9653.405.htmlCon un po' di manualità e creatività è possibile realizzare mille pettinature diverse.
Buon lavoro!
